“L’amore al tempo del bluetooth” di F. Ciaccafava

Dopo Libellule e Nico, posa ancora lo sguardo sul disagio esistenziale giovanile l’ultima fatica letteraria di Marzia Pez. Nasce così “Ma com’è che non sei fidanzata?”, breve racconto dolceamaro intessuto di piccoli episodi dentro i quali l’autrice lascia scorrere, come un fiume in piena, tutta la forza e l’efficacia dei dialoghi tra i protagonisti.

Marzia cala il lettore nella realtà metropolitana capitolina, con microstorie, vissute o raccontate dai protagonisti, che si dispiegano in prevalenza lungo i quartieri di Roma, emergenti sullo sfondo di frammenti di realtà commerciali appena evocate, secondo l’innovativa e sperimentale formula del romanzo senza prezzo.

La bella Emi Prazza, protagonista, è alla ricerca di un fidanzato che non trova e della cui assenza tutti si meravigliano, ma la sua storia si intreccia con altre mitiche figure femminili (Milena, Sole) e maschili (Filippo) con una delicata caratterizzazione che, a dispetto di un impiego quasi ossessivo ed azzardato del linguaggio diretto, non sconfina mai nella terra del caricaturale o macchiettistico comprimendo così lo spazio narrativo nell’angusto palco di un Colorado Cafè.

Ma dietro le delicate piume di dialoghi leggeri, asciutti e a volte bizzarri, si nasconde la lama di piccoli tormenti personali e sociali che, muti e solitari, percorrono silenti il corso della narrazione.

Sì, perché ci parla dell’eterna e sempreverde aspirazione all’innamoramento “Ma com’è che non sei fidanzata?”, ovvero di quel nascente stato febbrile e solitario che tutti, donne e uomini, in fondo vorrebbero trattenere e rendere così imperituro prima che si sfaldi per sempre annullandosi dentro le perigliose e tormentate pieghe del consolidato rapporto di coppia.

Ci sussurra anche del disagio dell’universo femminile, colto nella critica stagione delle trentenni-quarentenni, sospeso tra un modello di asservimento di secolare tradizione che non tramonta ed un modello di emancipazione che ancora non sorge. Ecco allora il compromesso dello scimmiottamento femmineo, un po’ teatrale e goffo, degli antichi vizi del maschio italico, con in testa l’ossessione per la preda da repentino atto sessuale, secondo una rinnovata formula di iniziazione cartesiana, di cui Filippo è insuperato interprete, del “Coito, ergo sum”.

Ci racconta, con sottile ironia, il lento, progressivo ed inarrestabile cedimento delle nuove generazioni alla perversa e seduttiva logica consumistica, per cui tutto, davvero tutto, diviene solo merce da comprare e sfoggiare, dalle afrodisiache ostriche, alle raffinate tutine da ginnastica o da sci, passando per la ricercata lingerie sexy, l’occhiale spaziale, l’enigmatico bluethoot, o l’elefantiaco Suv (Sport utility vehicle?) che, ad un accorto occhio femminile, non può che rivelarsi misera proiezione penica prima che confortevole automobile.

Ci svela che una certa incomprensione o incomunicabilità tra le coppie è anche figlia della precarietà della condizione giovanile, e che il compagno o la compagna di vita sempre agognati e di rado raggiunti, sono prima di tutto ansia di ribellione e riscatto dello spirito verso una società materialista che alleva, soprattutto le giovani donne, al duro mestiere di sopravvivere. Sì, la decantata società dell’era digitale, con il rischio sempre in agguato dell’asservimento umano alla bruta e stupida logica binaria della macchina, dove il pensiero si struttura nei freddi termini della comunicazione del social network, con il corredo degli ebeti “Sì”, “No”, “Mi piace” “Non mi piace più” e una pletora di sconosciuti figuri che invertono il senso del comune sentire, diventando nella realtà “Foto” e nella finzione “Amici”. E Marzia, consapevole dell’invasività del mezzo sul fine, davvero ci delizia, regalandoci il surreale scambio di sms tra Emi e tal Fabio Musica, quale insuperabile esempio di come la fredda macchina sia in grado di annullare in radice i pur caldi e generosi impeti del cuore femminile.

La forza del libro sta nelle sue brevi ed incalzanti short stories, tutte da assaporare in apnea, mai pervase da accenti morali o peggio moralistici: Marzia, davvero, descrive non prescrive.

Come in un film, Emi Prazza, nell’ultima scena, è colta nella struggente fissità del bancone di un locale, intenta, con i suoi inseparabili amici, ad ordinare il solito immancabile drink. Osserva Milena, Sole e Filippo e, come forse dovrebbe fare ognuno di noi, proprio dentro quelle vite, scorge un po’ di se stessa. L’avevamo lasciata all’inizio del racconto single, la ritroviamo alla fine ancora single. Ma, in fondo, mia cara Emi, non disperare. Hai i tuoi amici che ti amano e non sarai mai sola. Del resto, ce l’ha insegnato anche l’amata Katie Scarlett O’Hara, al secolo “Rossella”: “Domani è un altro giorno…”.